Tepeznef, il gatto investigatore capitolo 7
Quei tre cretini sotto di me continuavano a confabulare, convinti che le canne di papiro e la complicità dell'oscurità bastassero a nascondere il loro crimine. Usermaatra, il sovraintendente, supervisionava il travaso del grano con l'aria di un dio sceso in terra, mentre i suoi due complici faticavano come bestie da soma.
Umani. Sottovalutano sempre il potere del silenzio.
Ero appollaiato su una trave di sicomoro proprio sopra le loro teste, con le zampe perfettamente raccolte sotto il petto e le vibrisse tese. L'odore acre dell'olio di sesamo mi riempiva le narici, ma fu un altro dettaglio a catturare la mia attenzione: Usermaatra si era appena tolto il suo pesante anello-sigillo in bronzo e lapislazzuli per sciacquarsi le mani in un bacile. Lo aveva posato sul bordo del tavolo di legno, proprio accanto a un papiro bagnato.
Quello non era un semplice pezzo di metallo. Era l'anello con cui convalidava i progetti del regno. Era la prova regina.
L'esecuzione perfetta
Balzai giù. Non emisi un solo suono, atterrando sul tavolo con la leggerezza di una piuma che cade sul velluto. Usermaatra era voltato di spalle, intento ad asciugarsi le mani con un panno di lino.
Allungai il muso e afferrai l'anello tra i denti. Il sapore del bronzo era freddo e metallico, e il lapislazzuli sapeva ancora di quell'olio viscido, ma non era il momento di fare gli schizzinosi.
Clack. Un piccolo pezzo di farro rimase incastrato nella montatura mentre sollevavo il gioiello. Perfetto. Un indizio nell'indizio.
«Cosa... Un gatto!» urlò uno dei braccianti, indicandomi con un dito tremante e sporco di farina.
Usermaatra si voltò di scatto, sgranando gli occhi. «Il mio anello! Acciuffate quella bestia!»
Troppo tardi. Ero già scattato verso la parete, arrampicandomi su una vecchia rete da pesca appesa al muro con l'agilità che solo la mia stirpe possiede. Un istante dopo, ero fuori, sul tetto di paglia, a correre sotto il sole accecante di Tebe mentre le loro imprecazioni sfumavano in lontananza.
Il ritorno allo scriptorium
Guidare Ipy richiede sempre un certo tocco drammatico. Quando entrai di soppiatto dalla feritoia dello scriptorium, lui e Khensu stavano ancora discutendo animatamente davanti a una tavola di argilla, persi in calcoli geometrici inutili.
Mi posizionai sul cornicione, esattamente sopra la testa del mio protetto. Aprii le fauci e l'anello cadde, centrando in pieno la sua tavoletta con un rintocco metallico e secco.
Spem.
Ipy sobbalzò, fissando l'oggetto. Khensu interruppe la sua spiegazione a bocca aperta.
«Ma questo... questo è il sigillo reale di Usermaatra!» esclamò il vecchio scriba, raccogliendolo con le dita tremanti. «È sporco di olio di sesamo... e c'è del grano incastrato!»
Ipy alzò lo sguardo verso di me. I nostri occhi si incontrarono e vidi il momento esatto in cui i suoi limitati ingranaggi umani trovarono la soluzione. Capì che non ero andato a caccia di topi, ma di ladri.
«Maestro,» disse Ipy, con una voce che cercava di nascondere l'eccitazione, «Usermaatra è il ladro. Il gatto ha trovato il covo. Dobbiamo chiamare le guardie e seguirlo. Adesso.»
Mi voltai, agitando la punta della coda come a dire: Muoviti, piccolo scriba. La giustizia non aspetta, e la mia ciotola è ancora vuota.