Il ladro della messa vespertina, parte 1


​Il cartello recitava a grandi lettere: CHIUSO PER DANNI DA MALTEMPO. Ma Mattia, quattordici anni, le mani costantemente in tasca per sfiorare il suo smartphone modificato e la mente persa tra i faldoni della storia locale, non se la beveva affatto.
​Borgopianura non aveva subìto tempeste così forti da giustificare le transenne attorno alla chiesa dell'Addolorata. E poi c’era stato quel dialogo surreale con il parroco, Don Luca.
"Solo infiltrazioni d'acqua, ragazzo, circolare," aveva tagliato corto il prete, con gli occhi che schizzavano a destra e a manca e le dita che tormentavano il colletto della tonaca. Decisamente troppo nervoso per un tetto che gocciola.
​Mattia aspettò che il sole tramontasse dietro i tetti di Borgopianura. Quando la piazza si svuotò, si infilò nel vicolo laterale della chiesa. Non aveva bisogno di scassinare la porta: l'informatica e un pizzico di "tecnologia non ancora inventata" erano i suoi grimaldelli.
​Estraendo il telefono, avviò Chronos.exe, un software di sua invenzione che sfruttava una singolarità quantistica scoperta per caso tre mesi prima. Non lo usava per viaggiare fisicamente nel tempo – troppo rischioso farlo in pubblico – ma per scansionare le "eco temporali" degli edifici.
​«Se un luogo ha visto la storia, la materia ne conserva la memoria», amava ripetere a se stesso.
​Puntò la fotocamera verso il muro portante di San Biagio. Sullo schermo, la realtà iniziò a sfaldarsi: le crepe moderne scomparvero, sostituite da immagini spettrali della chiesa com'era nel 1800, poi nel 1600. All'improvviso, il software intercettò un'anomalia termica e temporale proprio sotto l'altare maggiore. Non c'era acqua. C'era un picco di energia che risaliva al 1517.
​Spinto dalla curiosità, Mattia violò il sistema di allarme wireless della sagrestia (una password ridicola, il nome del gatto del prete) ed entrò da una finestra parzialmente aperta.
​L'interno della chiesa era avvolto nel silenzio, ma non c'erano teloni di plastica o secchi per l'acqua. Al centro della navata, proprio davanti all'altare, il pavimento di marmo era stato rimosso. Al suo posto, una profonda botola d'acciaio modernissima – decisamente non vaticana – bloccava l'accesso a un sotterraneo. Sopra la botola, un display digitale lampeggiava, alimentato da cavi che sparivano nel buio.
​Mattia si avvicinò a passo felpato, collegò il telefono alla porta USB del display e lanciò uno script di decrittazione. Mentre le linee di codice scorrevano veloci sullo schermo, un brivido gli corse lungo la schiena. Il maltempo non c'entrava nulla.
​Il display mostrò il logo di un'organizzazione che Mattia conosceva fin troppo bene nei suoi viaggi nel tempo: La Confraternita. Sotto l'altare  non c'era una cripta di santi, ma un portale temporale instabile che si era riattivato da solo.
​Un rumore di passi pesanti e il tintinnare di un mazzo di chiavi rimbombarono dall'ingresso. Don Luca stava tornando, e non era solo.

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