Mattia e i misteri della Repubblica - Episodio 1 - L'Ultima notte del Re

 



Il ticchettio dell'orologio da tasca del nonno, l’unico cimelio che si concedeva nei suoi balzi temporali, sembrava rimbombare nel corridoio deserto del Viminale. Mattia si schiacciò contro la boiserie di legno scuro, trattenendo il respiro. Indossava una camicia di tela grezza e dei pantaloni di velluto un po’ troppo larghi, rimediati in fretta da un rigattiere di Bologna prima del salto.

Era il 12 giugno 1946. Mancavano poche ore alla notte che avrebbe cambiato l'Italia per sempre.

Il salto era stato brusco. 

Gli italiani avevano scelto la Repubblica, ma Mattia sapeva anche quello che i libri spesso liquidavano in due righe: tra il 10 e il 13 giugno l’Italia era stata una polveriera pronta a esplodere. Il Re Umberto II non riconosceva i calcoli provvisori della Cassazione; il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, era pronto a prendere i poteri. C'erano due capi di Stato in contemporanea. Bastava una scintilla per scatenare una nuova guerra civile.

E la scintilla stava per essere accesa.

Dall'angolo del corridoio, Mattia intravide un uomo con un impermeabile grigio e il cappello calato sugli occhi. Non era un politico, e non aveva l'aria di un commesso ministeriale. Si muoveva con troppa sicurezza. Mattia allungò la mano verso la tasca dei pantaloni, sfiorando lo schermo spento del suo smartphone – rigorosamente in modalità aereo. Un riflesso condizionato da diciassettenne del XXI secolo, del tutto inutile lì.

L'uomo in grigio si fermò davanti alla porta dell'ufficio di De Gasperi. Estrasse dalla giacca una busta sigillata con la ceralacca e la appoggió sopra una pila di faldoni lasciati su un carrello in corridoio.

«Il falso proclama del Re», intuì Mattia, sentendo un brivido lungo la schiena.

La storia ufficiale diceva che Umberto II, l'indomani, avrebbe emanato un proclama d'addio doloroso ma pacifico, prima di salire sull'aereo per l'esilio in Portogallo. Ma se qualcuno avesse sostituito quel testo con una chiamata alle armi per i monarchici e per l'esercito? La Repubblica sarebbe morta prima ancora di nascere.

L'uomo in grigio si voltò di scatto, intercettando l'ombra di Mattia. «E tu chi sei? Che ci fai qui?» ringhiò, infilando la mano sotto la giacca, dove si indovinava la sagoma di una pistola.

Mattia non ci pensò due volte. Sfruttò l'unica cosa che un uomo del 1946 non poteva prevedere: l'effetto sorpresa tecnologico. Tirò fuori lo smartphone, premette il tasto laterale e attivò il flash della fotocamera alla massima potenza, puntandolo dritto negli occhi dello sconosciuto.

Un lampo accecante squarciò la penombra del corridoio. L'uomo cacciò un urlo, coprendosi il viso, disorientato da quel "marchingegno" tascabile che aveva emesso una luce così innaturale.

Mattia scattò in avanti con l'energia dei suoi diciassette anni. Schivò l'uomo, allungò il braccio e afferrò la busta dal carrello, infilandola nello zaino. Poi cominciò a correre.

«Fermo! Guardie!» urlò l'uomo alle sue spalle, la voce resa roca dalla rabbia.

Mattia correva lungo i corridoi labirintici del Viminale, il cuore che gli batteva nel petto come un tamburo. Sentiva i passi pesanti degli agenti di guardia che accorrevano. Arrivò in fondo a uno scalone monumentale. Non c'era via d'uscita.

Si infilò in un bagno di servizio, sbarrando la porta con un vecchio chiavistello di ferro. Fuori, i passi si fermarono. Qualcuno cominciò a spingere contro il legno.

«Apri la porta! Vieni fuori!»


Mattia si guardò allo specchio ingiallito. Nello zaino aveva anche la busta con il vero proclama del Re che aveva sottratto dagli Archivi di Stato prima di partire dal suo tempo. Doveva  farla recapitare ai giornali prima dell'alba. Ma prima doveva seminare gli inseguitori. 

Armeggió velocemente sul controller, il dispositivo che gli permetteva di tenere sotto controllo lo scorrere della missione. Il bagno del Viminale cominciò a sfocarsi, le urla delle guardie diventarono un'eco lontana, e l'aria si riempì del profumo familiare di casa.

Il primo round era suo, ma la notte del 12 giugno non era ancora finita. Mattia guardò la busta nella sua mano: doveva ricaricare le energie e fare un altro salto. La Repubblica aveva ancora bisogno di lui.

Il ticchettio dell'orologio da tasca si placò di colpo quando l'aria della stanza da letto di Mattia tornò a farsi densa e immobile. Il ragazzo crollò sul materasso, con il fiato corto e la schiena imperlata di sudore. Sul lenzuolo, l'orologio del nonno continuava a girare placido, mentre accanto giaceva quella pesante busta color avorio, sigillata con la ceralacca reale e il falso che aveva appena rubato.

Mattia si mise a sedere, fissando lo stemma dei Savoia impresso nel rosso cupo del sigillo. Aveva solo diciassette anni, ma lo studio della storia era la sua bussola e sapeva esattamente cosa stringeva tra le mani. Quella busta conteneva il vero proclama d'addio di Umberto II.

Se il testo originale fosse andato perduto, sostituito da quello falso dell'uomo in grigio al Viminale, le conseguenze nel futuro sarebbero state catastrofiche. Il finto proclama non era un semplice messaggio d'addio: era un'esplicita accusa di brogli elettorali rivolta al governo, unita a un appello disperato a tutte le forze armate e ai cittadini fedeli alla Corona affinché insorgessero per "difendere l'onore della Patria". Nel clima di estrema fragilità di quel giugno 1946, con il Paese ferito dalla guerra e le armi ancora nascoste nei fienili, un simile annuncio avrebbe incendiato l'Italia. Sarebbe bastato un solo scontro a fuoco tra reparti dell'esercito e fazioni repubblicane a Roma o a Napoli per scatenare una reazione a catena. Un effetto farfalla spaventoso: una nuova guerra civile, l'intervento delle forze alleate anglo-americane, lo stato d'assedio e, forse, la fine definitiva di ogni sogno democratico prima ancora che la Costituzione potesse essere scritta.

Mattia guardò lo smartphone: la batteria era al 42%. Il tempo stringeva. A Roma, tra poche ore, sarebbe sorta l'alba del 13 giugno. Il vero proclama doveva essere consegnato prima della partenza del Re Il Re per l'esilio a Lisbona, e i giornali dovevano stamparlo fedelmente.

«Non c'è tempo per riposare», sussurrò Mattia a se stesso.

Infilò nuovamente la busta nello zaino, si passò una mano tra i capelli spettinati e afferrò l'orologio d'argento. 

L’unico modo per poter portare a termine la missione era andare da dove tutto era partito, ossia il Palazzo Reale del Quirinale. 

Ruotò la corona del controller, tre scatti decisi in senso orario.

Casa sua svanì in un vortice di linee sfocate e un improvviso odore di tabacco forte, caffè tostato e polvere di macerie lo investì in pieno. Mattia riaprì gli occhi. Il selciato di Roma era umido di rugiada. Davanti a lui, maestosa e severa, si stagliava la facciata del Palazzo del Quirinale, illuminata dai primi riflessi rosei dell'alba.


Le strade erano deserte, ma l'aria era elettrica. Due soldati con l'elmetto calato presidiavano l'ingresso laterale del palazzo, parlando a bassa voce con i fucili a tracolla. Mattia si strinse la giacca al petto, sentendo il profilo rigido della busta. Il piano originale di rimetterla sul carrello del Viminale era saltato; ora doveva trovare il modo di far arrivare il testo direttamente nelle mani degli uomini più vicini a Umberto II, o a un giornalista fidato, senza farsi arrestare come agitatore politico o, peggio, come spia.

Mentre valutava le opzioni, il portone del Quirinale si aprì con un cigolio sinistro. Un uomo in divisa da ufficiale della Marina, con il volto scavato dalla stanchezza di una notte insonne, uscì a passo rapido tenendo sottobraccio una borsa di cuoio. Mattia riconobbe immediatamente quel volto dalle foto d'archivio che aveva studiato: era l'ammiraglio sabaudo che avrebbe accompagnato il Re verso l'aeroporto di Ciampino.

Quello era l'unico istante utile. Se il proclama non fosse stato consegnato in quel preciso momento, la Storia avrebbe preso la strada del sangue.

Mattia prese un respiro profondo, si staccò dall'ombra del vicolo e si diresse a passo svelto verso l'ufficiale, cercando di assumere l'aria più determinata e insospettabile possibile.

Mattia scattò in avanti, superando i soldati di guardia che, sorpresi dalla velocità di quel ragazzo, non fecero in tempo a fermarlo. L’ufficiale di Marina, l’Ammiraglio Brivonesi, si voltò bruscamente, la mano già sul fianco dove portava la fondina.

«Indietro, ragazzo! Questo non è il momento!» esclamò l'ufficiale con voce tagliente.

«Ammiraglio, ascolti!» urlò Mattia, fermandosi a due metri da lui e sollevando la busta con il sigillo reale. «Il dispaccio che è stato inviato al Viminale dieci minuti fa... è un falso! Hanno scambiato le buste al ministero. Ci potrebbero riprovare. Se De Gasperi legge quel testo alla radio, scoppierà la guerra!»

L’Ammiraglio impallidì. Sapeva che i nervi tra il Re e il Governo erano tesi fino a spezzarsi. «Cosa stai dicendo? Il corriere è partito sotto scorta...»

«La scorta è stata infiltrata, Ammiraglio. Io ero lì. Guardi il sigillo: questo è l'originale. Nel falso proclama il Re non accetta il voto e chiede all'esercito di insorgere. Se quel testo viene diramato, tra un'ora Roma sarà un campo di battaglia.»

L’importanza di quel momento pesò sulle spalle di Mattia come un macigno. In quel 13 giugno 1946, la democrazia italiana era come un cristallo sottilissimo. Il Paese era spaccato a metà: il Nord repubblicano e il Sud monarchico. Molti generali aspettavano solo un segnale dal Re per marciare su Roma e annullare il referendum. Se il "falso proclama" fosse stato letto, il Re sarebbe apparso come un golpista, e il Governo avrebbe risposto con la forza.

L’Ammiraglio strappò la busta dalle mani di Mattia, ruppe la ceralacca e lesse rapidamente le prime righe. I suoi occhi corsero lungo il testo: "...mentre lascio il suolo italiano, rivolgo a tutti gli italiani un ultimo fervido appello... dimenticate ogni rancore..."

«È questo,» sussurrò l'Ammiraglio. «Questo è il vero cuore del Re. Quello che è stato inviato... era veleno.»

«Dobbiamo fermarli e l'unico modo è diffondere subito questo testo!» incalzò Mattia. « Se i telefoni cominciano a squillare con l'ordine di stampa, non si torna più indietro.»

L’Ammiraglio Brivonesi non perse un secondo. Afferrò Mattia per un braccio. «Sali in macchina, ragazzo. Se dici la verità, l’Italia ti deve la vita. Se menti, ti farò fucilare io stesso prima del tramonto.»

La potente Alfa Romeo ministeriale ruggì nel silenzio dell'alba romana, lanciandosi in una folle corsa verso l'EIAR. Mattia guardava dal finestrino le rovine dei fori imperiali che sfrecciavano via. Sapeva che nel futuro, nei libri di scuola, si sarebbe scritto che Umberto II partì in silenzio e con dignità. Nessuno avrebbe mai saputo che quella dignità era stata salvata da un diciassettenne con le scarpe da ginnastica e un orologio che profumava di polvere di stelle.


Arrivarono davanti all'importante palazzo mentre le prime edizioni dei giornali stavano per andare in macchina. L’Ammiraglio balzò fuori prima ancora che l’auto si fermasse, agitando il foglio originale e urlando ai carabinieri di lasciarlo passare.

Mattia rimase un istante sul sedile posteriore, il cuore che rallentava finalmente il suo battito. Vide l’Ammiraglio sparire nel portone. Pochi minuti dopo, una calma irreale sembrò scendere sul palazzo. Il "falso" era stato distrutto. Il vero proclama stava per essere dettato alle agenzie.

La Storia era al sicuro.

Mattia scese dall'auto, cercando un angolo d'ombra. Il controller emanava una sfolgorante luce rossa. Era il segnale. Il suo tempo in quel 1946 era scaduto.

«Ehi, ragazzo!» gridò l’Ammiraglio uscendo dal portone, cercandolo con lo sguardo. «Come hai detto che ti chiami?»

Mattia sorrise, mentre il mondo intorno a lui cominciava a vibrare e a farsi trasparente. «Mi chiamo Mattia. E sono solo un viaggiatore che ama la Repubblica.»

Un istante dopo, il marciapiede di Roma era vuoto. Restava solo l'odore della benzina dell'Alfa Romeo e il suono lontano delle campane che annunciavano l'inizio del primo giorno della nuova Italia.






Popular posts from this blog

Tepeznef, il gatto investigatore - Prefazione

Comunicato stampa