Tepeznef, il gatto investigatore- Capitolo 2
Khensu, lo scriba anziano, è un arrogante e vanesio…lo detesto! E’ un usurpatore di meriti che non sa distinguere un omicidio da un colpo di calore, mentre il suo giovane aiutante, Ipy è l’unico di tutti gli umani della corte del Sommo Faraone che mi guarda negli occhi con vero rispetto e oltretutto mi allunga i pezzi migliori di pesce.
Con la risoluzione di questo primo caso ho assunto una nuova missione: umiliare Khensu cercando di far apparire Ipy come un prodigio davanti agli occhi del Faraone.
Il Faraone sedeva sul trono dorato, lo sguardo imperscrutabile come quello di una sfinge. Davanti a lui, Khensu lo Scriba era prostrato così in basso che il suo naso sfiorava i geroglifici del pavimento. Ipy, il giovane aiutante, restava un passo indietro, pallido e con le mani nascoste nelle maniche della tunica semplice.
Io? Io ero accovacciato ai piedi del trono, esattamente dove il protocollo reale — e la mia voglia di superiorità — mi imponevano di stare.
«Dunque,» esordì il Faraone, la voce profonda come il rimbombo del tuono, «mi dicono che il colpevole del furto nel Tesoro Reale è stato catturato. Khensu, spiega come la tua... leggendaria saggezza ha risolto l'enigma.»
Khensu scattò in piedi, gonfiando il petto. «Mio Divino Signore, è stato un gioco da ragazzi. Ho analizzato le ombre, studiato i venti e... ho subito capito che la perla di vetro azzurro caduta era la chiave. Ho guidato le guardie al tempio di Seth con la precisione di un falco.»
Bugiardo matricolato, pensai, socchiudendo gli occhi gialli verso di lui. Khensu non aveva nemmeno visto la perla finché Ipy non gliel'aveva messa sotto il naso.
Decisi che era il momento di dare una lezione a Khensu e una spinta al mio giovane pupillo. Mi alzai con studiata lentezza, emisi un piccolo miagolio per attirare l'attenzione del Faraone e camminai dritto verso Ipy. Mi strofinai contro le sue caviglie, facendolo sussultare, poi saltai agilmente sulla sua spalla.
«Il gatto sembra molto affezionato al tuo assistente, Khensu,» osservò il Faraone con un mezzo sorriso.
«Un semplice capriccio animale, Maestà,» sminuì Khensu, sudando freddo. «Il ragazzo è solo... il mio calamaio vivente.»
Allora feci la mia mossa. Con la zampa, colpii delicatamente la borsa di cuoio che Ipy portava a tracolla. La borsa si aprì, rivelando non solo i papiri del rapporto, ma anche un piccolo oggetto che avevo "preso in prestito" dal banco di Khensu quella mattina: la sua preziosa tabacchiera d'oro, che lui sosteneva di aver perso.
«E questo?» chiese il Faraone, incuriosito.
Ipy, colto alla sprovvista, tirò fuori la tabacchiera, ma insieme ad essa cadde il vero reperto del caso: il calco in argilla che lui aveva fatto furtivamente all'impronta del ladro, quella che Khensu voleva ignorare.
«Mio Signore,» disse Ipy con voce tremante ma chiara, «il Maestro Khensu è troppo modesto. Mi ha permesso di studiare il calco dell'impronta per confermare la sua teoria. Senza la sua... guida, non avrei mai capito che il ladro zoppicava leggermente, come il sacerdote catturato.»
Il Faraone guardò il calco, poi guardò Ipy, e infine fissò Khensu, che stava diventando del colore del papiro invecchiato.
«Un lavoro eccellente, giovane Ipy,» disse il Faraone. «Raramente un assistente mostra tale deduzione. Khensu, dovresti essere orgoglioso: hai addestrato un talento che presto potrebbe eguagliare il tuo... o superarlo.»
Il Faraone fece un cenno e una guardia portò un piccolo bracciale d'argento, un segno di favore reale. Lo consegnò a Ipy.
«Per il tuo contributo alla sicurezza del mio regno,» decretò il sovrano.
Mentre Ipy balbettava ringraziamenti, io tornai a sedermi con eleganza. Khensu stava ribollendo di rabbia silenziosa, ma non poteva dire nulla senza ammettere la propria incompetenza. Ipy mi guardò per un istante, un lampo di consapevolezza nei suoi occhi. Per la prima volta, sembrava aver capito che il suo "successo" aveva quattro zampe e una coda.
