Tepeznef, il gatto investigatore - Capitolo 4

​Il mattino dopo, lo scriptorium era insolitamente silenzioso. L'aria profumava di papiro fresco e di quel sentore dolciastro di inchiostro appena mescolato. Khensu era già al suo tavolo, ma non stava urlando ordini. Guardava fisso un rotolo di cronache antiche, la schiena meno rigida del solito.
​Io ero appollaiato su uno scaffale alto, osservandoli dall'alto come una statua vivente. Ipy entrò con passo esitante, stringendo i lacci della sua borsa.
​«Maestro Khensu... sono qui per i compiti del giorno,» disse il ragazzo, abbassando lo sguardo.
​Khensu non si voltò subito. Posò il calamo e sospirò, un suono lungo che sembrava portare via con sé la tensione del giorno prima. Poi, si girò lentamente. Non c'era rabbia nei suoi occhi, solo una stanchezza mista a una strana forma di accettazione.
​«Siediti, Ipy,» disse con voce calma, indicando lo sgabello di fronte a lui. «Ieri... ieri hai dimostrato una prontezza che non mi aspettavo. Quel calco in argilla. È stata un'intuizione degna di uno scriba di alto rango.»
​Ipy arrossì, balbettando: «Io... io ho solo seguito il vostro esempio, Maestro. Voi avevate già trovato la perla...»
​Khensu alzò una mano per fermarlo, un piccolo sorriso amaro sulle labbra. «Non c'è bisogno di adulare un vecchio che ha passato più tempo a lucidare la propria fama che a guardare il pavimento. La verità è che il successo di un maestro si misura dai risultati dell'allievo. Se tu brilli, una parte di quella luce riflette su di me. Mi sono lasciato trasportare dall'orgoglio davanti al Faraone, ma la notte porta consiglio... e la birra di ieri sera mi ha ricordato che non sarò qui per sempre.»
​Si sporse in avanti, abbassando il tono di voce.
​«L'argento che porti al polso è un peso, Ipy. Non è solo un premio. Da oggi, tutti si aspetteranno l'impossibile da te. Sarai sotto una lente d'ingrandimento più calda del sole di mezzogiorno. Io cercherò di proteggerti dalle malelingue della corte, ma tu... tu devi continuare a osservare ciò che gli altri ignorano. Come hai fatto con quel sigillo.»
​Ipy annuì, sinceramente commosso. «Grazie, Maestro. Non vi deluderò.»
​Khensu tornò ai suoi papiri, ma prima di congedarlo lanciò un'occhiata verso di me, quassù sullo scaffale. I nostri sguardi si incrociarono per un istante.
​«E tieni d'occhio quel gatto,» aggiunse Khensu con una punta di ironia nella voce. «Sembra che porti fortuna. O che abbia un gusto particolare per ficcare il naso dove c'è la verità. Forse gli dèi lo hanno mandato per ricordarci che anche un predatore sa distinguere il giusto dal torto.»
​Ipy sorrise, lanciandomi un'occhiata complice che quasi mi fece fare le fusa. Quasi. Non potevo mica rovinare la mia reputazione di genio distaccato.
​«Vai ora,» concluse Khensu. «C'è un inventario da completare al granaio del tempio. Pare che manchino dei sacchi di farina e le guardie accusano i topi. Ma io e te sappiamo che i topi non sanno sciogliere i nodi delle corde, vero?»

Io capivo quello che gli umani dicevano, ma non sempre loro intuivano il significato dei miei miagolii.
Bene, un altro mistero su cui indagare, un semplice furto di grano, sicuramente il colpevole si celerà tra le guardie.
Decisi di seguire il mio pupillo, ma prima di scendere dalla mia somma postazione aspettai qualche secondo, forse Khensu aveva intuito il nostro segreto, era meglio non dare troppo nell’occhio.

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