Tepeznef, il gatto investigatore - Capitolo 3

La luna d'argento inondava lo scriptorium, proiettando ombre lunghe e sottili tra le scaffalature colme di rotoli. Ipy era seduto a terra, la schiena appoggiata a una colonna di pietra ancora calda per il sole del giorno. Accanto a lui, il bracciale d'argento donato dal Faraone brillava di una luce fredda.
​Io ero accovacciato sul tavolo da lavoro, osservandolo con la punta della coda che batteva ritmicamente sul legno.
​«Lo hai fatto apposta, vero?» sussurrò Ipy. La sua voce era poco più di un respiro, come se temesse che le pareti stesse potessero accusarlo di pazzia.
​Smisi di muovere la coda. Lo guardai fisso, immobile.
​«La perla ai piedi del Capitano.... e oggi, la tabacchiera nella mia borsa per attirare l'attenzione del Faraone sul calco.» Ipy scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli corti. «Nessun gatto si comporta così. Nessun gatto pensa così.»
​Mi alzai con estrema lentezza. Camminai sul tavolo, schivando calamaio e stili con una grazia che nessun umano potrebbe mai emulare, e mi fermai proprio davanti al suo viso.
​«Sei stato tu a risolvere il caso, Tepeznef,» continuò lui, un sorriso amaro che gli increspava le labbra. «Io sono solo lo strumento di un dio o di... di qualcosa che non capisco. Khensu mi odierà per questo bracciale. Mi renderà la vita un inferno perché pensa che io sia un genio ribelle, quando invece sono solo un ragazzo che segue i passi di un felino.»
​Allungai una zampa e, con una delicatezza quasi innaturale, toccai il bracciale d'argento sul suo polso. Poi, guardandolo dritto negli occhi, emisi un breve, secco miagolio di approvazione.
​«Mi capisci, non è vero?» Ipy allungò una mano esitante. Non cercava di grattarmi le orecchie come si fa con un animale; cercava un contatto, un patto. «Khensu cercherà di incastrarmi al prossimo incarico. Non sopporterà che un assistente riceva i complimenti del Re. Ho paura, Tepeznef. Non sono un investigatore. Sono solo uno scriba che sa leggere i geroglifici, non le anime degli uomini.»
​Balzai giù dal tavolo e atterrai silenziosamente sulle sue gambe. Mi acciambellai lì, sentendo il battito accelerato del suo cuore che piano piano, sotto il mio peso e le mie fusa profonde, iniziò a rallentare.
​Non temere, piccolo scriba, pensai, chiudendo gli occhi. Khensu è una formica che crede di essere un leone. Finché mi porterai il pesce migliore e terrai gli occhi aperti sui miei segnali, sarai l'uomo più potente d'Egitto. E io sarò l'ombra che ti rende tale.
​Ipy sospirò, appoggiando la mano sul mio dorso. «Siamo soci, allora!» e mi accarezzò delicatamente sulla testa, un gesto che tolleravo mi venisse fatto solo dal Faraone, oltre che dal mio protetto.

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