Tepeznef, il gatto investigatore - Capitolo 1



Il capitano delle guardie, un uomo la cui intelligenza era superata solo dalla rigidità della sua corazza, stava calpestando per la terza volta l'unica prova rilevante nel corridoio del Tesoro Reale.

«Niente,» ringhiò l'uomo, asciugandosi il sudore dalla fronte. «Il ladro è svanito come nebbia sul Nilo. Gli dèi lo hanno protetto.»

Gli dèi non c'entrano, idiota, pensai, socchiudendo gli occhi mentre mi leccavo con flemma una zampa anteriore. È la tua incapacità che lo protegge.

Ero seduto su un piedistallo di basalto, in una posizione che metteva in risalto la lucentezza del mio pelo nero e il collare d'oro che il Faraone mi aveva donato. Per le autorità ero solo Tepeznef, il gatto reale che cercava un raggio di sole. In realtà, ero l'unico in quella stanza a sapere che il colpevole non era mai uscito dal palazzo.

Mentre le guardie cercavano segni di scasso sulle pesanti porte esterne, io avevo notato tre cose che i loro occhi grossolani non avrebbero mai colto: la scia di profumo quasi impercettibile di resina di pino, un lusso che solo gli imbalsamatori o i sommi sacerdoti potevano permettersi. Solo la mia vista fine, comune a tutti i gatti, aveva notato un sottile strato di polvere di calcare bianco sotto l'unghia di una statua di Anubi, dove non avrebbe dovuto esserci nulla; senza poi contare una singola perla di vetro azzurro, incastrata tra le fessure del pavimento, proprio sotto il naso del Capitano.

Dover guidare gli umani è un compito estenuante, ma necessario per mantenere i miei privilegi. Mi alzai con un'eleganza che fece sussultare un giovane scriba lì vicino. Balzai giù dal piedistallo, atterrando senza emettere un suono, e mi diressi verso la perla azzurra.

Cominciai a giocare con l'oggetto, colpendolo con la zampa e facendolo rotolare rumorosamente contro lo schiniero di bronzo del Capitano.

«Maledetto gatto! Non è il momento di giocare!» sbraitò lui, facendo per scacciarmi.

Ma lo scriba, che era meno ottuso del suo superiore, si chinò per raccogliere la perla. «Aspettate, Capitano... questo vetro non appartiene al tesoro del Faraone. È un amuleto dei sacerdoti di Seth.»

Il silenzio che seguì fu delizioso. Vidi la comprensione farsi strada lentamente nei loro cervelli primitivi. Mentre correvano verso il tempio gridando ordini, io tornai al mio piedistallo. Il caso era virtualmente chiuso.

Senza di me, pensai mentre tornavo a chiudere gli occhi per il mio meritato riposo, questo regno crollerebbe sotto il peso della propria stupidità entro la prossima piena del Nilo.

Quello fu uno dei primi casi da me risolti, certamente uno dei più semplici, ma non potevo certo immaginare che altre sfide avrebbero messo in gioco le mie abilità e soprattutto che un pericolo ben più grave stava gettando la propria ombra su tutto il regno.


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